Lifegate

Visto che qualcuno insinua che ci sia un ritorno per me a parlar bene di alcuni posti, oggi vi parlerò male di un ristorante: il Lifegate , in via Orti 10.

Il progetto Lifegate nasce con la fattoria scaldasole, prosegue con la nascita di una stazione radio (ottima musica e niente pubblicità), poi una clinica olistica (che cura il male partendo dalla cura della psiche) e adesso assicurazioni e un ristorante.

Naturalmente vi parlerò (male) del ristorante.
Sarà che sono un po’ troppo pretenziosa, ma secondo me un ristorante non deve solo avere una buona cucina. Devono esserci altri elementi di contorno che hanno grande importanza.

Vi parlo di come ho vissuto io l’esperienza Lifegate.
Cena con amici, per i saluti di Natale. Dove si va- dove non si va, spunta il nome del ristorante Lifegate (che aveva aperto da poco. A Milano quando un posto apre da poco è figo, forse per il sol gusto di parlare di qualcosa che gli altri non conoscono). Lo slogan del posto “A impatto zero” sta a significare il fatto che i cibi siano biologici (ovviamente è impossibile controllare). E naturalmente il posto è in linea con la radio omonima, quindi vi promette ambiente e cibi all’insegna del relax.
Arriva il momento di andare a cena. Via Orti. Avete presente dov’è via Orti? Ve lo dico io: è vicino Corso di Porta Romana. Una traversa. Zona di parcheggio riservato ai residenti.
Per uno dei misteri delle strade di Milano (mi piacerebbe conoscere chi ha progettato le strade e chi ha deciso i sensi di marcia), imboccando via Orti e girando a destra dopo 15 metri, vi trovate in una strada senza traverse che vi porta più o meno a mezzo chilometro di distanza.
Quindi vi tocca rifare tutto il giro, arrivare in tangenziale, prendere l’uscita successiva, tornare nel traffico e scegliere se parcheggiare la macchina:
– in zona rimozione
– nelle strisce gialle per i residenti
– nelle strisce blu (circa 4 posti totali su corso di porta romana). Che già un qualche impatto iniziano ad averlo..
Comunque avete già una buona probabilità di beccarvi una multa. E quindi un ristorante che vi rilassi, a questo punto, vi serve proprio.
Arrivati al ristorante, l’atmosfera è carina, molto semplice l’ambientazione, di grande effetto i finestroni che vi permettono di vedere dalla strada tutto ciò che accade in cucina. Bella idea. Ora che la cucina è nuova fa il suo effetto… chissà se col passare del tempo oscureranno i vetri…
Ma torniamo al ristorante. Ci accomodiamo al tavolo ed iniziamo a scorrere il menu.
I prezzi sono decisamente alti, la maggior parte dei piatti (anche i primi!) sono intorno ai 10-15 euro.
Ma ecco che arriva il momento di ordinare.
Qualcuno chiede antipasto e secondo, qualcun altro antipasto e primo, una ragazza chiede solo un primo. “Tortello fritto ai carciofi, ricotta di bufala agropontina… mi scusi, la ricotta è messa a parte nel piatto?” (beh sarà un tortello gigante, con della ricotta nel piatto)
Il cameriere le dice: “Ottima scelta. Poi quella ricotta di bufala è speciale. Sì, la ricotta è messa a parte nel piatto, non è un condimento del tortello. Desidera altro dopo il primo?”
E lei: “no, grazie, già un primo mi sembra sufficiente.. poi c’è anche la ricotta…”
Il cameriere aggiunge “io le suggerirei di assaggiare anche uno dei nostri secondi”.
Lei, arguta, capisce: “Dice che la porzione del primo non è sufficiente?”
Lui: “esattamente”.
E così ordina anche il secondo.
Arrivano i piatti. Eravamo a quel punto tutti incuriositi.
Arriva il tortello. IL TORTELLO, sostantivo maschile singolare.
La ricotta (potevate almeno chiamarla ricottina) di bufala era contenuta in mezzo guscio di noce americana (insignificante, in inglese, si dice “nut shell” cioè guscio di noce… Simpatica coincidenza, vero?)
C’è stata una risata generale.
Dopo poco abbiamo realizzato che all’interno del locale non c’era alcuna musica di sottofondo (ma come… proprio voi che avete una radio?)
Abbiamo bevuto ettolitri di vino, a quel punto era l’unico modo per saziarci e per rilassarci, visto che né cibo né atmosfera avevano potuto farlo.
Tra l’altro il locale conterà si e no 40 coperti. Era aperto da circa 10 giorni. Dopo la quarta bottiglia di vino bianco (eravamo in 9) ci hanno detto che avevano finito quel vino e abbiamo dovuto cambiare vino.
Quando è arrivato il conto, avevamo fatto il “totocosto”. Se la matematica non è un’opinione, meno mangi, più paghi. A Milano funziona così. Fa figo.
Morale: abbiamo preso una media di due piatti a testa. Tengo a precisare che tutti i piatti erano decorati ad arte, e la decorazione era il pezzo forte. Gustosi assaggi di sapori improbabili.
50 euro a testa.
Avevamo tutti fame. Però eravamo assai allegri per il vino!

Abbiamo ribattezzato il posto come “Lifegate, impatto :zero nel portafoglio”

Insomma io vi sconsiglio di andarci, poi fate un po’ come vi pare.
Se vi invitano, a casa fate uno spuntino.

Buon lunedì
coccy

Lifegateultima modifica: 2004-01-26T15:14:33+01:00da week-end
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